L’origine del nome

Incunaboli sono libri a stampa pubblicati fino al 1501.

Appassionato cultore della nuova arte tipografica, il decano della cattedrale di Münster, Bernard von Mallinkrodt, aveva pubblicato nel 1639 un libro celebrativo in occasione del secondo centenario dell’invenzione di Gutenberg. Per la prima volta si parlava del periodo precedente al 1500 come di prima typographiae incunabula, dell’infanzia della tipografia. In cuna in latino significa infatti “in culla”.

Nei secoli successivi la conoscenza del latino diminuì e il termine divenne espressione tecnica in tutte le lingue europee.

La collezione

Introdurre una simile cesura temporale è certo arbitario, perché interrompe a metà l’attività dei più importanti stampatori. D’altronde essa ci permette di circoscrivere una prima fase pioneristica ed esaltante, piena di passione e innovazioni ardite, nella storia della stampa. Alcuni dei libri più belli furono pubblicati proprio in questo periodo.

Nel 2007 la Fondazione BEIC, insieme al Dipartimento di italianistica e dello spettacolo dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha avviato un progetto di raccolta e digitalizzazione di tutti gli incunaboli italiani in lingua volgare.

Il Canzoniere

L’arte della stampa è legata a doppio filo alla nuova temperie culturale del Rinascimento, che tanta passione aveva dedicato alla scoperta di nuovi manoscritti.

Eroe precursore di questi nuovi tempi fu senza dubbio Petrarca, il cui Canzoniere fu un vero e proprio best seller, pubblicato in versioni eleganti e sontuose non meno che in comodi volumetti, che potevano trovare facilmente posto tra le pieghe delle vesti di tante dame.

Ecco il primo sonetto, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, nell’edizione di Leonardus Achates del 1474.

L’editio princeps

Lo stesso sonetto nell’edizione di Vindelinus de Spira del 1470: la prima edizione a stampa non solo di Petrarca, ma di un testo letterario in italiano. Il tipografo tedesco era subentrato nell’attività al fratello Giovanni, il primo a introdurre la stampa a Venezia.

I Trionfi

La fama di Petrarca non si limita al solo Canzoniere, perché tanti altri suoi scritti circolarono per tutta Europa, in edizioni non meno prestigiose. Ecco ad esempio l’illustrazione che apriva l’edizione dei Trionfi di Giovanni Capcasa, stampata a Venezia nel 1493.

Le illustrazioni

In effetti, non si trattava di testi soltanto: le nuove tecniche permettevano anche di stampare illustrazioni sempre più raffinate, che ben potevano competere con le miniature dei codici medievali. Ecco qui un’antologia dantesca, nell’edizione bresciana di Bonino Bonini del 1487.

La tomba di Papa Anastasio

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: “Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta”.

(Inferno, XI, 4-9)

Brunetto Latini

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

(Inferno, XIV, 28-30)

e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”

(Inferno, XV, 39-30)

Lucifero

Lo ’mperador del doloroso regno 
da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia; 
e più con un gigante io mi convegno,                            

che i giganti non fan con le sue braccia: 
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto 
ch’a così fatta parte si confaccia.

(Inferno XXXIV, 28-33)

Gustave Doré

Sono immagini suggestive, e non bisogna dimenticare che hanno esercitato un impatto fondamentale  sull’immaginario collettivo del tempo, aiutando i lettori a visualizzare cosa potevano essere i regni divini.

Per capire quanto forte potesse essere questo impatto è utile un confronto con chi ha modellato l’immaginario dantesco moderno, vale a dire Gustave Doré. Ecco la sua versione di Paolo e Francesca:

I’ cominciai: “Poeta, volentieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion si al vento esser leggeri”.

(Inferno, V, 73-75)

 

William Blake

Prima di Gustave Doré anche il poeta inglese William Blake aveva illustrato la Divina Commedia. L’incarico gli fu affidato nel 1826, un anno prima della sua morte e non fu quindi portato a termine.

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto
da la cintola in sù tutto il vedrai”.

(Inferno, X, 31-33)

Note al testo

Seppure destinate a cambiare radicalmente il modo di intendere la lettura, le nuove tecniche non s’imposero senza fatica. È il problema che ogni novità deve affrontare: superare le abitudini. Non è dunque un caso se molte delle scelte editoriali tendessero a riprendere caratteristiche dei libri manoscritti. Così è nel caso delle note: gli studiosi medievali scrivevano i loro commenti al testo nel margine della pagina. Lo stesso avviene nei primi testi a stampa, come si vede nell’edizione veneziana di Ottavio Scoto di Dante, una delle prime della Divina Commedia, con il celebre commento dell’umanista Cristoforo Landino.

Una curiosità: dei tre padri della letteratura italiana Dante fu l’ultimo a fregiarsi di un’edizione a stampa. Il primo fu Petrarca nel 1470; nel 1471 fu il turno di Boccaccio e solo nel 1472 venne pubblicata la prima Commedia.

Il Decameron

Nel 1492 viene pubblicata la prima edizione a stampa illustrata del Decameron. Non è un anno qualunque, perché ci troviamo nel pieno di un’ondata moralista: in quegli anni le persecuzioni contro opere a soggetto mondano, soprattutto erotico,  stavano diventando sempre più violente, fino a culminare nel rogo promosso da Savonarola nel 1497. Eppure, questa è un’edizione sontuosa e le illustrazioni non danno adito a dubbi, soprattutto quando le novelle riguardano suore e frati.

Una copia di questo volume è stata battuta a un’asta di Christie’s per 545.849 dollari nel 2010.

Girolamo Savonarola

Il mondo ecclesiastico non fu da meno nello sfruttare le potenzialità infinite del libro a stampa, come si verifica ad esempio nella vasta circolazione delle opere del frate fiorentino più temuto del suo tempo, Girolamo Savonarola: se ne contano più di 100 edizioni in un decennio.

Senza fronzoli e inutili lussi, ma non per questo sprovvisto di una sua sobria eleganza, ecco l’esordio del breve Trattato dell’umiltà, pubblicato nel 1492, anno in cui un altro italiano scopriva orgogliosamente un nuovo continente, sfidando pregiudizi secolari.

La scoperta dell’America

E infatti uno dei testi più belli e più preziosi sono proprio le lettere e i resoconti dei grandi esploratori italiani. Subito dopo la sua scoperta, Colombo scrisse una lettera, in latino ma prontamente tradotta in italiano, che fu uno dei grandi successi editoriali nel tempo. L’opera del Dati è un adattamento in ottava rima della lettera di Colombo, come si ricava da questa edizione fiorentina posteriore al 1495, arricchita da belle vignette xilografiche.

L’Apocalisse

Inizialmente i libri a stampa non godevano di grande prestigio: essi erano considerate copie di lavoro, buone per gli studiosi ma non certo un segno di distinzione. Così i grandi committenti continuarono a pensare a questi libri come se fossero manoscritti, facendoli abbellire con le stesse miniature che fino ad allora corredavano i manoscritti.

Libri come questa Apocalisse erano insomma libri personalizzati, che riservavano in fase di stampa spazi appositi per iniziali e decorazioni realizzate poi dai migliori artisti. Solo con il passare degli anni questa abitudine venne meno.

La letteratura cavalleresca

Petrarca e Boccaccio da un lato, Savonarola dall’altro, per motivi ovviamente diversi, sono i best seller prevedibili di questi anni. Ma si registra memoria anche di tanti altri successi inattesi e di veri e propri casi editoriali, a testimonianza del fatto che il nuovo mercato librario intercettava le esigenze di gruppi sociali sempre più vasti. Si pensi ad esempio ai libri di devozione: pochi ricordano oggi il nome di Domenico Cavalca, che però godette di un successo tumultuoso con il suo Specchio di croce, un classico della spiritualità tardo-medievale.

Quanto agli scritti profani vale la pena di ricordare le dieci edizioni di Burchiello, secondo tra i poeti solo a Petrarca. Non meno fortunati furono poi i volgarizzamenti, di testi classici, per un pubblico che mancava degli strumenti per leggere gli originali, ma ben determinato ad appropriarsi delle tradizioni letterarie.

Ma nel mondo della letteratura quattrocentesca a trionfare fu la letteratura cavalleresca: una letteratura di facile consumo, spesso senza autore, che intercettava il desiderio di svago e di evasione di tanti lettori. Non è un caso se nel secolo successivo il più grande best seller sarà l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto: uscito nella versione definitiva nel 1532, venne ristampato trentasei volte nei dieci anni successivi.

Gli autori

A proposito di successo e soldi. La clamorosa diffusione della stampa nella seconda metà del Quattrocento offriva agli scrittori l’opportunità di trovare mezzi di sostentamento autonomi, dalla vendita in proprio alla collaborazione con gli editori, liberandosi dai vincoli di corti e monasteri.

Un caso illustre è quello di Pietro Aretino (1492-1556): spesso screditato come un “avventuriero della penna”, sicuramente scrittore bizzarro e licenzioso, e probabilmente anche uomo d’affari spregiudicato, egli aveva in realtà cercato una libertà di cui pochi intellettuali italiano hanno potuto godere. E meglio di tanti altri aveva capito che questa passava per la nuova arte dei libri a stampa.

La nomea di avventuriero ispirò anche Anselm Feuerbach, che ne rappresentò la morte in un dipinto del 1854.

I tascabili del XV secolo

Nel 1500 vengono pubblicate dal grande Aldo Manuzio le Lettere di Santa Caterina da Siena. Si potrebbe pensare che si tratti di una delle tante pubblicazioni di carattere religioso che invadono il mercato di quegli anni, ma non è così, perché il testo contiene una piccola, impercettibile, novità destinata a rivoluzionare il mondo dei libri. Nell’illustrazione che la ritrae, la santa tiene nella mano sinistra un libro aperto in cui campeggia il nome di Gesù («Iesu»), scritto in un carattere nuovo. Si tratta del corsivo (corsivo italico o aldino) inciso da Francesco Grifo per l’officina di Manuzio, carattere tipografico adatto ai libri di piccolo formato, che verrà usato l’anno successivo per un’ edizione di Virgilio, il primo libro tascabile nella storia dei libri a stampa.

Crediti

La Fondazione BEIC ha affidato a Mauro Bonazzi, professore presso l’Università degli Studi di Milano, l’incarico di preparare i testi per la mostra virtuale; questa rappresenta un’introduzione alla collezione “Incunaboli italiani in lingua volgare”, consultabili a partire dalle pagine loro dedicate del portale Beic.