Le cronache

La cronaca (dal greco chronicos, «che riguarda il tempo», chronica in latino), è una forma di narrazione storica che riporta i fatti secondo una successione cronologica e senza alcuna analisi critica sulle cause o le ripercussioni degli eventi.

Si tratta spesso di un compendio di fonti diverse, motivo per cui gli eventi, rilevanti o secondari, risultano avere lo stesso peso. La cronaca è attestata presso tutti i popoli fin dall’antichità, ma, come genere letterario autonomo, ha acquisito particolare rilievo in età medievale, con i racconti delle vite di nobili o prelati o con l’esposizione di eventi legati a singoli luoghi, compresi in un arco di tempo più o meno lungo: tipiche del medioevo furono le cronache di tipo universale, le cronache monastiche e le cronache cittadine.

Dall’età moderna, il termine è passato a indicare una mera elencazione di fatti, con valore riduttivo rispetto alla storiografia e alle indagini critiche che essa comporta.

La Chronica minor

La Cronaca di Isidoro “minore” è il volgarizzamento anonimo di un testo latino che amplia e prosegue il Chronicon maius di Isidoro di Siviglia. L’opera è conservata in due manoscritti, tre incunaboli (1477, 1480, 1482) e una cinquecentina (1523). La provenienza quasi certamente abruzzese dei manoscritti, e i primi luoghi di stampa (Ascoli Piceno e L’Aquila) permettono di affermare che, nel Quattrocento, il testo ebbe come area di diffusione l’Italia centrale.

La datazione dell’originale risulta più problematica da definire, ma un confronto tra il volgarizzamento anonimo e la tradizione latina del Chronicon – che si conclude con la morte di Federico II (1251) – porta alla conclusione che il testo sia stato stato redatto intorno alla metà del Trecento.

Le quattro edizioni a stampa riportano lo stesso volgarizzamento, seppur con lezioni discordanti: anche l’incunabolo di Cividale, presente nel catalogo della Biblioteca Digitale Beic, e la cinquecentina veneziana sembrano infatti imparentate con le altre stampe, nonostante le oscillazioni linguistiche.

La Cronica di Salimbene

Salimbene de Adam, più noto forse come fra’ Salimbene da Parma (1221-1288), è autore di una famosa Cronica, che, ricca di fatti e notizie, costituisce una delle fonti storiche più interessanti per il XIII secolo. Per quanto riguarda la biografia dell’autore, conosciamo Salimbene dalla sua stessa opera che, accanto ai dati biografici, delinea l’immagine di un uomo perspicace e complesso, a tratti contraddittorio: colto ma vicino al popolo, spirituale ma sensibile ai piaceri della vita, attento alla storia ma fine conoscitore dei testi sacri. Una delle principali fonti della sua opera è la Chronica Universalis di Sicardo, di poco precedente.

La Cronica ci è giunta in copia unica, mutila, in un latino che lascia spesso trasparire il volgare. Nella parte rimasta, Salimbene racconta la vita religiosa e politica italiana negli anni che vanno dal 1168 al 1287 e riguarda principalmente la storia dei Comuni dell’Italia settentrionale e centrale. L’autore restituisce in modo vivido lo scontro tra Chiesa e Impero e ritrae tanto le figure di papi e sovrani quanto quelle di popolani e mendicanti. Il carattere unico di Salimbene e dell’opera ha dato grande fortuna alla Cronica: nel catalogo BEIC è presente in tre edizioni moderne (Parma 1857, Bari 1942 e 1966).

Il Boccaccio latino

Ai giorni nostri il successo popolare del Decameron ha offuscato l’interesse per le opere latine di Giovanni Boccaccio, il quale, complice l’influenza dell’amico Francesco Petrarca, nella seconda parte della sua vita, si dedica maggiormente agli studi umanistici e ai trattati eruditi.

Già nel Decameron, l’autore ha la consuetudine di precisare tempi e luoghi, secondo la convenzione delle cronache a lui contemporanee e di offrire la verificabilità dei dati attraverso il riferimento a fonti storiche. In questo modo ottiene una prosa narrativa che, pur mantenendo vivo l’elemento favoloso, non perde mai credibilità.

L’uso di ricorrere alle fonti continua nelle opere latine della maturità, con un intento diverso: recuperare e trasmettere tasselli di storia altrimenti dimenticati. Se il De mulieribus claris e De casibus virorum illustrium segnano il passaggio alla biografia, il De genealogia deorum gentilium approfondisce lo studio della mitologia. Per queste opere Boccaccio trae materiale dai libri degli storici antichi, ma anche dalle cronache medievali. Talvolta racconta addirittura fatti a lui noti per esperienza diretta. Le conversazioni che aveva intrattenuto con i dotti maestri delle corti di Napoli e Firenze vengono affiancate all’autorità degli autori latini, medievali e persino dei Padri della Chiesa.

La Genealogia di Boccaccio – Opera

La Genealogia deorum gentilium è un’opera in cui sono interpretati allegoricamente molti miti delle divinità pagane. Si tratta di un trattato di erudizione mitologica in 15 libri: i primi 13 sono organizzati in base alla struttura delle famiglie degli dei pagani dell’antica Grecia e di Roma; gli ultimi 2 contengono un’esaltazione della poesia come fonte di verità e di salvezza, tema chiave che ha dato grande fortuna rinascimentale a tutta l’opera.

Boccaccio, lavora a lungo a quest’opera, completando la prima versione nel 1360, su richiesta di Ugo IV di Cipro, ma continua a correggere e rivedere il lavoro fino alla morte nel 1375, senza mai giungere a una stesura definitiva.

Le fonti principali sono le Tusculanae disputationes e il De natura deorum di Cicerone. Tuttavia, nel raccogliere e riordinare i miti pagani, Boccaccio racconta anche avvenimenti di cronaca a lui contemporanea e qualche episodio legato alla sua stessa vita.

La Genealogia di Boccaccio – Fortuna

L’editio princeps della Genelaogia è opera di Vindelino da Spira (Venezia, 1472), uno dei pionieri dell’arte tipografica in Italia, che, rispondendo al gusto dell’umanesimo erudito, pubblicava soprattutto classici latini e pochissimi moderni. In questo contesto il Boccaccio appare come uno strumento di lavoro, un’opera di consultazione della letteratura classica. Altre edizioni quattrocentesche fanno seguito alla prima (Reggio Emilia 1481, Vicenza 1487, Venezia 1494 e 1497), ma il successo dell’opera è legato soprattutto alla traduzione in volgare di Giuseppe Betussi, pubblicata a Venezia nel 1547 da Comin da Trino e più volte ristampata.

L’edizione veneziana del 1494, ad opera dello stampatore Boneto Locatello, propone per la prima volta i celebri alberi genealogici delle divinità, tramandati nella tradizione manoscritta. Questi alberi continuano a essere riprodotti, con piccole varianti, nelle edizioni successive, italiane e straniere, compresa quella di Basilea del 1532, presente nel catalogo BEIC.

La Genealogia di Boccaccio – Alberi genealogici

Gli alberi della Genealogia traggono ispirazione dalla tradizione biblica e da quella giuridica medievali. Al tempo di Boccaccio erano numerosi i manoscritti della Bibbia corredati da alberi genealogici, dove la rappresentazione dei legami si sviluppa in una decorazione arborea di rami e foglie. Nelle arbores iuris invece i diagrammi di parentela sono disposti secondo uno schema geometrico di rette e segmenti.

Sarebbe dunque la suggestione incrociata di queste rappresentazioni genealogiche ad aver suggerito a Boccaccio i suoi alberi figurativi delle divinità olimpiche: il fondatore della stirpe compare in alto, in un medaglione centrale, come il Cristo degli alberi biblici, mentre la discendenza, rappresentata da rami e foglie, procede dall’alto in basso, sul modello dei diagrammi genealogici di tradizione giuridica.

La Cronaca di Partenope

La Cronaca di Partenope è un breve compendio, in volgare, di storia napoletana dalla fondazione alla morte di Roberto d’Angiò (1343). L’opera probabilmente è nata durante il risveglio culturale dell’epoca di Roberto, il quale, con la sua passione letteraria, diede un forte impulso agli studi storici. In questa atmosfera si risvegliò anche la coscienza cittadina e con essa l’amore per il passato, spingendo gli intellettuali napoletani a ricercare e a tramandare documenti e memorie antiche.

A partire dalle edizioni del Cinquecento, l’opera si è diffusa con il titolo convenzionale (Cronaca di Partenope), che, però, non corrisponde al titolo originale riportato dai manoscritti e ancora leggibile negli incunaboli: «Croniche de la inclita cita de Napule, con li bagni di Possuoli ed Ischia».

L’autore è anonimo, sebbene la Cronaca sia stata a lungo erroneamente attribuita al cronista fiorentino Giovanni Villani. Attingendo a una serie di materiali di origine classica, medievale e agiografica, la Cronaca costituisce l’esaltazione del nobile retaggio della città di Napoli e delle sue personalità. La parte centrale sugli dei e gli eroi classici è un lungo estratto da una copia della Genealogia di Boccaccio, annotata a Napoli nel 1370.

Il Supplementum chronicarum di Foresti – Autore

Nato a Solto, nel territorio di Bergamo nel 1434 da nobile famiglia, Giacomo Filippo Foresti dimostra fin dai primi anni una particolare predisposizione per gli studi letterari e nel 1451 entra nell’ordine degli Eremitani di Sant’Agostino, come lui stesso afferma nel suo Supplementum Chronicarum. In convento passa la maggior parte della vita, fra Bergamo, Brescia e Ferrara. Pur essendo uomo di lettere, assume incarichi di rilievo all’interno dell’ordine: diventa priore a Imola nel 1494 e a Forlì nel 1496. Quando nel 1499 fa ritorno a Bergamo, oltre agli studi, si dedica a opere di ampliamento e sistemazione del convento: in particolare si occupa dell’arricchimento della biblioteca, provvedendo direttamente all’acquisto di numerosi codici. Le memorie del convento di S. Agostino di Bergamo datano la sua morte nel 1520.

Il Supplementum chronicarum di Foresti – Struttura dell’opera

Il Supplementum chronicarum è una sorta di cronaca generale che raccoglie in un’unica opera le notizie sparse fino a quel momento in testi diversi. La narrazione procede per annate, secondo un rigoroso ordine cronologico. Nella prima versione del 1483 l’opera è suddivisa in 15 libri e nel 1503 viene aggiunto il sedicesimo libro, contenente gli aggiornamenti sugli ultimi venti anni.

Caratteristica particolare della cronaca del Foresti è l’attenzione non solo agli eventi militari, politici o genericamente storici, ma anche alle attività culturali: per ogni anno o periodo storico da lui considerato, egli si basa su fonti autorevoli relative a pensatori, filosofi e letterati, nonché a uomini di scienza. Nella trattazione di eventi a lui contemporanei, notizie e testimonianze dirette assumono pari dignità delle fonti antiche.

Il Supplementum chronicarum di Foresti – Incisioni

L’edizione volgarizzata del 1491, presente nel catalogo BEIC, si distingue in modo particolare per le raffinate incisioni: i libri quinto e sesto, dedicati alle città, hanno una struttura che prevede brevi trattazioni accompagnate da illustrazioni. Le incisioni non intendono riprodurre fedelmente le città, che risultano quindi, spesso, simili tra loro. In alcuni casi, tuttavia, i dettagli rendono la rappresentazione più realistica: ad esempio, nel caso di Firenze, si riconoscono chiaramente la cupola del Brunelleschi  (completata pochi anni prima della stampa del Supplementum), il Battistero di San Giovanni e i ponti sull’Arno.

Il Supplementum chronicarum di Foresti – Contenuti

Il Supplementum chronicarum è un’opera prevalentemente compilativa: l’elenco piuttosto completo delle opere di riferimento è contenuto nel testo stesso. Tra le principali fonti si trovano la Genealogia di Boccaccio e il Chronicon di sant’Antonino. Il Foresti dimostra di conoscere bene anche Dante, di cui aveva sicuramente letto la Commedia e probabilmente anche il commento di Benvenuto da Imola; si può supporre avesse letto anche la Monarchia – da lui designata col titolo De monarchia mundi.

L’opera ha inizio con la creazione del mondo: si alternano, nella medesima pagina, notizie desunte dalla Bibbia con biografie di dei pagani (attinte ad esempio dal De natura deorum di Cicerone), o con notizie storiche ricavate da autori riscoperti nell’Umanesimo. Molto citato è il De civitate Dei di sant’Agostino e, tra le opere contemporanee, Foresti utilizza soprattutto le Vitae Pontificum del Platina.

Il Supplementum chronicarum di Foresti – Fortuna

Il Supplementum chronicarum ha avuto grande fortuna nel Quattrocento: alla prima stampa veneziana del 1483 seguono cinque edizioni dell’originale latino e una edizione volgarizzata nel 1491, che ha favorito fortemente il successo dell’opera. Nel 1503 l’autore fa stampare una nuova versione riveduta e ampliata, assicurandosi ulteriore fortuna nel XVI secolo, con 15 edizioni in latino e in volgare, comprese le due contenenti una nuova traduzione ad opera di Francesco Sansovino (1575 e 1581).

Secondo quanto si legge nel colophon della prima edizione in volgare del 1491, l’autore del volgarizzamento è un certo Francesco C. di Firenze, la cui identificazione appare ancora problematica. Il volgarizzatore afferma di aver apportato modifiche nella versione italiana rispetto all’originale latino, parlando di integrazioni e di tagli: «agionto da me ho qualche cossa et levata».

La Cronaca della città d’Este

La Cronaca della città d’Este è una delle pochissime cronache cittadine in lingua vernacola di epoca rinascimentale. Si tratta di un’opera molto breve: 18 capitoli, in sole dodici carte, raccontano in modo sintetico la storia della città dalla fondazione ai primi del Quattrocento.

Al momento della pubblicazione, Este era un dominio veneziano e il racconto si conclude infatti con la sottomissione della città alla Serenissima. L’autore è presumibilmente Girolamo d’Este, sacerdote, poeta e storiografo vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

In apertura i versi latini in lode della città; in chiusura un componimento poetico su Francesco Petrarca e i versi noti come l’Epitaffio dell’Ermafrodito.

Nel catalogo della Biblioteca Digitale Beic è presente la prima e unica edizione dell’opera. Si ipotizza che la Cronaca sia frutto del lavoro di un piccolo stampatore che ha utilizzato i materiali tipografici di Boneto Locatello, il quale, nella sua produzione, stampò pochissima letteratura in volgare.

Crediti

Elaborazione testi e immagini a cura di Ambra Carboni, Lisa Longhi, Marcella Medici.

Da un’idea iniziale di Francesco Tissoni.