Scoperta di nuove terre

Il viaggio è l’esperienza umana che più di tutte consente di calarsi in una nuova realtà, favorendo il contatto con lingue, culture e popoli diversi. Per questa ragione dal XIV secolo i grandi viaggiatori europei sentirono l’esigenza di raccontare e condividere le loro esperienze mediante resoconti.

Con il passare dei secoli questa letteratura è diventata un vero e proprio genere letterario, la cui fortuna venne inaugurata dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Egli, infatti, diede impulso alla produzione di una letteratura celebrativa della sua impresa e contribuì a risvegliare l’interesse per le opere dei viaggiatori del passato.

La produzione letteraria dedicata all’esplorazione ha assunto col tempo tonalità differenti: la relazione diplomatica, la rielaborazione fantastica di viaggi in terre sconosciute, il preciso resoconto di carattere etnografico, la relazione scientifica, la celebrazione dell’impresa alpinistica.

Questa mostra virtuale si propone di guidare il lettore attraverso un percorso storico, geografico e interculturale basandosi sulle opere dei più straordinari viaggiatori europei. Ne sono un esempio il mercante veneziano Marco Polo e il gesuita Matteo Ricci, che a distanza di secoli entrarono in contatto con la realtà cinese, e Luigi Amedeo di Savoia, esploratore della catena del Ruwenzori, ufficiale di marina e grande appassionato di viaggi per terra e per mare.

Il viaggiatore medievale

Considerato uno dei più grandi esploratori di tutti i tempi, il veneziano Marco Polo (1254-1324) è figura paradigmatica del viaggiatore medievale: uomo d’azione, spesso sprovvisto di cultura, che si reca a visitare terre lontane in qualità di mercante o ambasciatore.

La prima versione de Il Milione nacque dalla collaborazione fra Marco Polo e il letterato Rustichello da Pisa. Quest’ultimo trascrisse l’opera in lingua d’oïl dal vivo resoconto del viaggiatore veneziano quando entrambi si trovavano in carcere, prigionieri dei Genovesi, fra il 1298 e il 1299. L’opera può essere definita uno dei primi esempi di un genere nuovo, che si pone a metà fra la narrazione di viaggio e lo zibaldone enciclopedico.

Delle meravigliose cose del mondo è il titolo dell’opera di Marco Polo nella redazione veneta, il cui primo esemplare venne stampato a Venezia nel giugno del 1496 per le cure di Zoanne Baptista da Sessa.

Il Milione

Nell’opera Il Milione si narra che Marco Polo partì per l’Oriente nel 1271, accompagnato dal padre Niccolò e dallo zio Matteo.

Dopo aver attraversato l’Anatolia e l’Armenia, scese verso il fiume Tigri, toccando probabilmente Mosul e Baghdad. Raggiunto il porto di Hormuz, decise di proseguire via terra. Viaggiando attraverso le steppe dell’Asia centrale e il deserto dei Gobi, giunse ai confini del Catai, antico nome della Cina settentrionale. Quindi proseguì lungo la riva nord del Fiume Giallo, arrivando infine a Khanbaliq, l’antica Pechino, dopo un viaggio durato tre anni e mezzo.

Il viaggio di ritorno ebbe invece come meta via terra la città di Quanzhou e via mare Sumatra, e da lì Ceylon e altri porti dell’India, fino a Ormuz.

Descrizione dell’India

Caratteristica de Il Milione è la presenza simultanea di elementi autoptici, tipici del genere della relazione di viaggio mercantile, e altri favolosi, probabilmente attinti dalla letteratura classica o medievale. In molti casi non è agevole distinguere fra le notizie inventate e quelle vere, come nel caso del brano tratto dalla descrizione dell’India:

Qui [in India] ci sono molti sapienti filosofi, di quella filosofia che mette in grado gli uomini di conoscere le cose secondo quello che vedono. Essi si fidano degli àuguri più di tutti gli altri uomini, e ne sanno di più, perché molte volte rinunciano a un viaggio per uno starnuto o per aver visto un uccello. Inoltre, non appena nasce un bambino, si prendono nota del tema natale, perciò vi sono molti astrologi e indovini. Sappiate anche che in tutta l’India i loro uccelli sono diversi dai nostri, tranne le quaglie e i pipistrelli, che sono grandi come astori [falchi] e neri come il carbone. Inoltre danno ai cavalli parecchia carne cotta con il riso e molte altre cose cotte.

Questa parte dell’opera non si trova nell’incunabolo, ma è stata riprodotta nell’edizione completa presente nella collana “Scrittori d’Italia”.

Viaggi d’oltre mare

Nel 1496, pochi mesi dopo l’edizione di Marco Polo, usciva il volgarizzamento dell’opera Voyage d’outre mer presso lo stampatore maestro Manfredo Bonelli. La compilazione è stata attribuita al mitico viaggiatore inglese John Mandeville (XIV secolo), la cui reale identità resta ancora oggi incerta.

Si tratta di un’opera costituita da racconti di viaggio scritti da diverse persone e assemblati con una certa abilità. La narrazione di questo viaggiatore da tavolino ebbe una vasta fortuna, come testimoniano le numerose traduzioni in altre lingue e le oltre ventisette edizioni italiane apparse nel XV secolo.

Dell’opera di Mandeville, nota e apprezzata da Cristoforo Colombo e Leonardo Da Vinci, sono presenti ben otto edizioni nella Biblioteca digitale Beic.

Varietà tematica

A caratterizzare l’opera di John Mandeville è la varietà delle tematiche trattate. L’autore comincia la sua narrazione come una guida ai Luoghi Santi per i pellegrini cristiani per poi arricchirla con leggende di regioni visitate, lette o immaginate.

I temi toccati dal libro sono fra i più vari e sorprendenti: la testimonianza personale sui benefici per la salute dati da una fonte di giovinezza; una lunga conversazione con il Sultano sugli errori dei cristiani; una divagazione su alcuni particolari pesci dell’isola di Giava che si offrirebbero volontariamente per essere mangiati; altri simili mirabilia tratti dalla ricca letteratura paradossografica antica.

Nell’opera l’India occupa uno spazio particolare e i rimandi alla letteratura paradossografica o storica si fanno frequenti. Si racconta ad esempio come Alessandro Magno abbia rinunciato ai suoi piani di conquista dopo aver ammirato lo stile di vita semplice e tranquillo dei Bramini; e ancora, si riferisce dell’esistenza dei Pigmei, che vivono nutrendosi del profumo delle mele.

Nonostante resti incerta la reale esistenza del cavaliere John Mandeville, noto come il più grande viaggiatore del Medioevo, il suo libro ha mantenuto nel tempo popolarità e grande forza attrattiva.

La scoperta dell’America

La narrazione di viaggio e la descrizione di paesi lontani e meravigliosi convivono nell’ampia produzione del fiorentino Giuliano Dati (1445-1523), vescovo, teologo, ma anche autore di cantari.

Dopo essersi dedicato in un primo tempo a una produzione letteraria edificante, Dati, sulla spinta emotiva della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, compose un cantare in ottave apparso per la prima volta a Roma nel 1493. La Lettera delle isole nuovamente trovate per el re di Spagna è una libera rielaborazione di quella inviata da Colombo a Gabriel Sánchez, tesoriere della corte aragonese, e stampata sempre a Roma nel 1493 nella traduzione latina di Aliander De Cosco.

L’intento di Dati era quello di rendere disponibile al popolo, in una forma letteraria comprensibile anche ai non dotti, un resoconto dell’impresa compiuta da Colombo, a metà fra il reale e il fantastico, come si legge chiaramente nella prima ottava del Cantare:

Dio Onnipotente che tutto governi // Donami la grazia affinché possa cantare // in lode tua e della tua santa legge // ciò che piaccia a chi starà ad ascoltare // soprattutto al tuo popolo e al tuo gregge, // che non cessa mai di lodare la scoperta eccezionale // di queste nuove isole compiuta dagli Spagnoli.

Secondo Cantare dell’India

Dopo il grande successo editoriale della Lettera delle isole trovate nuovamente per el re di Spagna, Giuliano Dati intuì che i gusti del popolo erano ormai indirizzati verso il meraviglioso e ancor più verso la mitica Terra Indiana.

L’intento letterario di Dati fu duplice: da una parte rendere edotto il popolo delle meraviglie dell’India, non divulgandole come osservazioni sue ma dichiarando quando possibile le fonti; dall’altra magnificare l’opera creatrice di Dio, che nell’India volle includere creature tanto stravaganti e mirabili.

È il caso dei Monoculi (ibrido dal greco monos solo e dal latino oculos occhio), la cui caratteristica è avere un occhio solo al centro della fronte, e dei Panozi (dal greco pan e othi, significa tutto orecchi), creature molto simili agli esseri umani con la peculiarità di possedere grandi orecchie.

I Pigmei

Nell’ottava dedicata ai Pigmei si trova la menzione della fonte, vale a dire il geografo Gaio Giulio Solino (III sec. d.C.):

I Greci li chiamano Pigmei // e dato che, come scrive Solino, // sono di così bassa statura, // la loro vita dura solo otto anni. // Se non tutto, vorrei riferire almeno in parte quel che ne dice la Scrittura [scil. L’opera di Solino]: // la femmina partorisce verso i cinque anni // e muore intorno agli otto.

Nell’immagine si distinguono i Pigmei, misteriosi abitatori dell’India, impegnati nella lotta contro le gru, e gli Sciopedi, uomini dai piedi enormi e così chiamati perché si fanno ombra con i loro stessi piedi.

Viaggio del diplomatico Ambrogio Contarini

Di tono molto diverso rispetto ai resoconti precedenti è la narrazione di viaggio del diplomatico veneziano Ambrogio Contarini (1429-1499) in Persia.

Nato e vissuto a Costantinopoli sotto il dominio prima bizantino e poi turco, Contarini venne inviato presso il re di Persia al fine di stipulare un’alleanza contro i Turchi. L’opera consiste nella versione scritta del resoconto che Contarini fece al suo ritorno al cospetto dei Senatori della Repubblica Veneta.

La narrazione di Contarini risulta essere assai differente come stile da tutte le precedenti, poiché prevale il resoconto delle sue esperienze personali sull’osservazione obiettiva di dati geografici e storici.

Descrizione del Re di Persia

Alle informazioni relative ai paesi attraversati, fra i quali la Polonia, la Russia e l’Armenia, e alle città persiane di Tabrīz, Kāšān, Qom, Isfahan in cui ha soggiornato, Contarini aggiunse impressioni molto personali, come la descrizione dell’aspetto e del contegno del Re di Persia mentre si trovava a tavola con i suoi ospiti:

Si vede che era un gran mangiatore ed era felice di offrire a noi quello che aveva davanti. Alla sua presenza c’erano sempre suonatori e cantori, ai quali comandava di suonare o cantare quello che gli piaceva. Era una persona di carattere molto allegro: grande, molto magro, con i lineamenti un po’ tartareschi e il viso sempre colorito. Quando beveva gli tremava la mano; all’apparenza aveva una settantina d’anni. Molte volte faceva baldoria, e molto familiarmente; quando passava i limiti diventava anche pericoloso, ma tutto sommato era un signore molto piacevole.

Una nuova forma di letteratura

Fra il XVI e il XVII secolo i Gesuiti avviarono e consolidarono l’attività missionaria e di cristianizzazione della Cina e del Giappone. Risultato collaterale di questa operosità fu la produzione di un’interessante e nuova forma di letteratura, che tentava di fornire una descrizione obiettiva e attenta di usi, costumi e cultura di quelle popolazioni.

Figura di spicco di queste attività fu Matteo Ricci (1552-1610), che visse e operò in Cina dal 1582 al 1610, anno della morte. Profondo conoscitore della cultura cinese, si adoperò per diffondere presso i dotti di quel popolo la scienza occidentale.

Il De Christiana Expeditione apud Sinas suscepta ab Societate Iesu fornisce notizie sulla spedizione dei Gesuiti in Cina e riporta informazioni precise e aneddoti sul paese, i suoi abitanti, la sua cultura, le sue città. Il testo è una versione rivista e arricchita dei diari di Ricci, pubblicati postumi per le cure di Padre Nicolò Trigauzio.

Il successo del resoconto

Il successo editoriale del resoconto di Matteo Ricci è testimoniato dalla versione italiana dell’opera, apparsa a Napoli nel 1622, sei anni dopo la princeps.

L’opera contiene una descrizione dettagliata e sistematica di usi e istituzioni della Cina dell’epoca e narra la difficile impresa messa in atto da Matteo Ricci, dagli inizi fino al coronamento coincidente con la fondazione di una missione a Pechino.

Dalla narrazione si evince l’esiguità dei mezzi materiali a disposizione dei missionari, ma anche lo spiegamento di forze culturali che permisero ai gesuiti di mostrare l’ampiezza e la profondità dei risultati raggiunti dalla cultura in Occidente. Proprio il De Christiana Expeditione costituì fino al XIX secolo la principale fonte di conoscenza della Cina in Occidente.

I viaggi di padre Tachard

La tradizione missionaria gesuitica in Oriente fu proseguita e rinnovata anche dall’opera di Guy Tachard (1651-1712) Second voyage du père Tachard et des Jesuites envoyes par le roy, au royaume de Siam.

Il resoconto mise a frutto l’esperienza diplomatica dell’autore e il suo genuino interesse antropologico per il paese alla vigilia di una sanguinosa rivoluzione, destinata a porre fine all’alleanza con i Francesi.

La scena presente nell’antiporta del volume raffigura l’atto di omaggio presentato dagli ambasciatori del Siam proprio al sovrano francese Luigi XIV nel 1686; in questa rappresentazione si può notare il loro caratteristico cappello conico.

In viaggio per ordine del Re

Voyage fait par ordre du roi, opera in due volumi di Jean-René de Verdun marchese de La Crenne (1741-1805), consiste nel resoconto dettagliato di una spedizione scientifica.

Membro dell’Académie Royale de Marine e capitano di vascello, Verdun de La Crenne guidò una spedizione organizzata dall’Academie des Sciences, il cui scopo fu quello di testare la qualità di alcuni strumenti per le misurazioni oceanografiche.

Il marchese e il suo equipaggio, partiti da Brest nel 1771, compirono un lungo viaggio di esplorazione dalla rotta tortuosa che dalle Canarie arrivava a raggiungere le Antille, la Costa est degli Stati Uniti e l’Islanda, per concludersi a Copenhagen in Danimarca.

Scientificità della spedizione

Per assicurare la scientificità della spedizione e documentarne in maniera precisa i principali ritrovamenti, furono ingaggiati il celebre astronomo Alexandre Guy Pingré (1711-1796) e il pittore Nicolas Ozanne (1728-1811). Quest’ultimo, ricevuto l’incarico di dessinateur de la marine nel 1757, sarebbe poi divenuto precettore del futuro Luigi XVI.

L’immagine riprodotta costituisce uno dei tanti esempi presenti nell’opera circa la qualità e la precisione di questo genere d’illustrazioni, che raffiguravano il profilo delle coste dei paesi visitati, rilevato a una certa distanza e in particolari ore del giorno (di solito all’alba o alla sera).

Resoconto sul Ruwenzori

Luigi Amedeo di Savoia (1873-1933) è stato uno dei più illustri esploratori e alpinisti italiani; ne è un esempio il resoconto sul Ruwenzori, massiccio montuoso dell’Africa orientale.

Orfano di madre in tenera età, il futuro duca degli Abruzzi trascorse molto tempo con la zia Margherita di Savoia, che gli trasmise la passione per la montagna.

Come membro della famiglia reale ricevette un’educazione militare in marina. Ciò gli consentì di intraprendere numerosi viaggi intorno al mondo e in particolare in Africa, terra della quale si innamorò sin da subito, fino a farla diventare la sua seconda patria.

La spedizione in Africa fu intrapresa nel 1906: Luigi Amedeo era già un alpinista esperto e aveva in animo di raggiungere alcune vette inesplorate del massiccio del Ruwenzori. L’opera Ruwenzori, pubblicata nel 1908 dalla casa editrice Hoepli, ne contiene il resoconto dettagliato.

Il viaggio come scoperta

Il viaggio inteso come scoperta è stato considerato nel corso dei secoli un tema sempre attuale e dalle molteplici sfaccettature; è infatti riuscito ad accostare, talvolta a mescolare, narrazione e descrizione, reale e fantastico, catturando l’attenzione e la curiosità di molti.

La scoperta dell’ignoto ha portato gli uomini a spingersi oltre i confini, spazialmente tangibili oppure solo immaginati, per imbattersi in qualcosa di nuovo e altro. Le stesse modalità di scrittura dell’odeporica sono mutate nel tempo, passando dal resoconto autobiografico alla rappresentazione scientifica, fino a farne un genere letterario la cui ampiezza ancora oggi ne rende difficile l’identificazione con uno specifico univoco.

Le immagini e i testi odeporici presentati nel percorso mostrano quanto appena descritto e sottolineano la consapevolezza di come la percezione e l’esperienza del viaggio siano mutati nei secoli fino alla modernità.

Il viaggio oltre confine

Con il tempo sono state infatti eliminate le difficoltà materiali del viaggiare, riducendo così i disagi legati allo spostamento e cambiando la concezione delle distanze; inoltre, l’avvento delle tecnologie ha dato un ingente contributo alla conoscenza del lontano, non più sentito come tale. Lo stesso viaggio è profondamente mutato, passando da impresa individuale a fenomeno di massa.

Oggi l’aspettativa dell’ignoto e la scoperta del diverso sono state soppiantate dall’idea di non avere più nulla da scoprire e da svelare; eppure imbattersi nei resoconti di viaggio che hanno segnato non solo la storia ma anche il patrimonio culturale umano può rivelarsi un’esperienza ogni volta inattesa e sorprendente.

Crediti

La Fondazione Beic ha affidato a Francesco Tissoni, ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, l’incarico di preparare i testi per la mostra virtuale; questa rappresenta un’introduzione alla collezione “Viaggi in Italia e nel mondo”, i cui materiali in formato digitale sono consultabili a partire dal portale Beic.

Cecilia Quinterio si è occupata della realizzazione tecnica della mostra.